La società selettiva
Noi abbiamo creato una società in cui alcuni ce la fanno
mentre al non ci riescono, e non è sempre detto che quelli che ce l’hanno fatta,
ce l’abbiano fatta solo e soltanto grazie ai propri meriti, perché spesso a
decidere le sorti di un talento è la fortuna, o il cieco caso. Quindi questa è
una società altamente selettiva, ma che non sceglie solo sulla base del merito,
bensì anche su quello della fortuna. E una società che si affida alla sorte, è
una società perduta, una società che, elevando il singolo genio, ne calpesta
almeno un migliaio. E non è affatto vero che il talento, prima o poi, emerge
sempre, dacché troppo spesso entra in rotta di collisione con il sistema burocratico,
i concorsi a numero chiuso, il giro giusto, gli amici degli amici, le
raccomandazioni… Il talento, più frequentemente di quanto si pensi, non emerge
affatto: muore; muore e basta, e a farne il funerale sono proprio coloro che ce
l’hanno fatta. Muore nel silenzio, e questo silenzio, a lungo andare, va a
danno della collettività. Già, perché quello che avrebbe dovuto farcela, e non
ce l’ha fatta, lascia un vuoto sepolcrale, un vuoto di pensiero, di idee, di
progetti e innovazioni che mai vedranno la luce; lascia il buio, le tenebre
perenni. Chissà – nessuno di noi potrà mai saperlo – quante scoperte sono
finire nelle fiamme della indifferenza; bruciate, insieme a chi le ha partorite.
Talenti, talvolta geni, che si sono visti superati da menti certo non eccelse,
e tutto in nome di che cosa? Di una società che non è mai stata né mai sarà davvero
paritaria? Di una società che non sa distinguere e non ha le capacità e le
risorse per ascoltare gli inascoltati? Cosa ci siamo persi, noi, nei secoli, a causa
di questa società chiusa (altroché aperta, caro Popper)? La società dei
favoritismi, dell’elevazione al massimo grado di alcuni talenti, seppur
meritevoli ma innegabilmente baciati dalla dea bendata, a discapito di altri,
abbandonati al silenzio, dacché nessuno si preoccuperà mai di andare a
cercarli, di accompagnarli sottobraccio verso la gloria di cui avrebbero dovuto
gioire? Gloria che, di riflesso, avrebbe giovato alla società intera. No, qui
ci si affida alla sorte, al lancio dei dadi; si preferisce non sapere e, in
fondo, ci si accontenta di una società senza futuro e speranza.
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